Suicidio giovanile. Esistono alternative?

suicidio giovanile

Stamattina sono stata svegliata da una notizia che per i milanesi è sempre meno shockante. Una persona che si getta all’arrivo della metropolitana.
La cosa che mi turba, è che le persone spesso (soprattutto quelle che prendono i mezzi) ne risultano scocciate. I ritardi in ufficio, le attese accalcate.
“Ma non poteva ammazzarsi senza rompere le scatole allo scorrere della metropoli?”
Questo commento mi suona familiare e allo stesso tempo mi fa rabbrividire.
Specialmente se vado a informarmi e scopro che a farlo non è un anziano, ma una ragazza di 19 anni.
E la testa mi si riempie di pensieri.

Il suicidio giovanile è in Europa la seconda causa principale di morte tra i giovani. In Italia il suicidio giovanile rappresenta, tra i giovani sotto i 21 anni, la seconda causa di morte dopo gli incidenti stradali. Alcuni soffrono di gravi disturbi psichiatrici, altri di dipendenza (alcool/droghe), altri di gravi malattie, ma la maggioranza è rappresentata da ragazzi che soffrono di disagi esistenziali. Secondo i dati dell’OMS assistiamo a un disagio generazionale senza precedenti. I disturbi psichiatrici centrano statisticamente poco.
Gli adolescenti italiani, non sono soddisfatti, soffrono di un’infelicità profonda, arrivando spesso a coltivare come unico sogno quello di rompere con una realtà ostile, in segno di protesta.

Comprendere il contesto in cui l’idea suicida può germogliare significa anzitutto investigare la personalità dell’adolescente e il suo “mondo interiore”, quasi sempre incompiuto e fragile. A mancare  spesso è la dimensione relazionale. I giovani vivono e condividono un senso di precarietà etica, figlia di una realtà sovraccarica di stimoli ma povera di certezze.

Il fattore più incisivo sta nella famiglia. Assenza di  coesione ed integrità del nucleo familiare, ostilità o indifferenza reciproca tra i genitori e dei genitori rispetto ai figli, condotte affettivi anomale, problemi di comunicazione, scarso ascolto e scarso sostegno da parte dei genitori, eccessiva rigidità dei ruoli, aspettative opprimenti, cancellazione delle differenze generazionali, trascorsi di dipendenze e precedenti “esperienze“ suicide in famiglia sono i principali fattori di rischio.

bullismoAltro fattore chiave è quello sociale. È difficile per il giovane non tenere conto del giudizio dei coetanei che, quando porta all’emarginazione, provoca una sofferenza che può sfociare in atteggiamenti di chiusura e ripiegamento oppure in atti impulsivi e scelte inconsulte. Nell’adolescenza l’identità “fanciulla” viene abbandonata per acquistarne un’altra più matura. In questa fase di transizione si è più fragili e si cerca l’approvazione del gruppo. Se il gruppo è assente o  ostile, il livello di vulnerabilità aumenta. Non seguire il gregge richiede infatti un’autostima e un ok-ness di base che il giovane non sempre possiede. Frequentemente si assiste alla brutale reazione del branco, con le possibilità che variano dalla ghettizzazione più indifferente alla persecuzione più intransigente e “letale”.

Le motivazioni che spingono al gesto fatale sono svariate: dal brutto voto alla delusione d’amore, dalla perdita di affetto al fallimento in un ambito particolarmente caro, dal rimprovero dei genitori al rifiuto dei gruppo dei pari, dal bullismo allo stalking, dal mobbing all’autosvalutazione.

Di fondo possiamo trovare apatia esistenziale, una sorta di incapacità di innamorarsi della vita che lo tiene prigioniero di un’esistenza che altro non è che un inutile affaccendarsi prima della fine; rabbia e vendetta per l’indifferenza o la cattiveria patite per colpa degli altri, la morte diventa quindi la manifestazione di una richiesta d’amore rimasta a lungo inespressa ed inascoltata attraverso cui si cerca di ottenere da morti quello che non si è potuto avere da vivi; tentativo di ricongiungimento con qualcuno di molto amato che è venuto a mancare: il suicido diventa il modo attraverso cui la fantasia proietta il giovane in un futuro meno angosciante perché pieno di tutto ciò di cui ha bisogno (la persona che lo fa sentire amato).

Non è facile individuare i segni che fungono da campanello d’allarme. Ciò nonostante l’adulto dovrebbe ascoltare e osservare alcuni indicatori di disagio: comportamenti ostili e aggressività manifesta, consumo di alcol e droga, apatia rispetto alle attività quotidiane e alle relazioni, cambiamenti nelle abitudini alimentari e nel sonno, paura della separazione, difficoltà di concentrazione, bruschi cambiamenti della personalità e dell’umore, condotte a rischio, drastico abbassamento del rendimento scolastico.

famiglia-adolescenti

La prima prevenzione sta nella cura del dialogo, in un’apertura e disponibilità autentiche all’ascolto dettate da sincero interesse e curiosità per le dinamiche interiori e i bisogni dell’adolescente, evitando svalutazioni e categorizzazioni che inducono il giovane a chiudersi ulteriormente, dopo l’ennesima sensazione di non essere compreso, non valere, non essere visto. E in definitiva di essere ineluttabilmente solo.

Lucia

2 commenti su Suicidio giovanile. Esistono alternative?

  • Anna  says:

    Davanti a certe parole c’è poco da commentare. Credo che, come dite anche voi, i genitori facciano quello che (in base alla loro storia) è il loro “meglio”, e spesso è un meglio miope e distruttivo. Ne so qualcosa.

    • lucia violi  says:

      Mi spiace dover dire che hai ragione, perchè si sente dalla parola che hai molta rabbia dentro, e avrai i tuoi motivi per sentirla ancora così forte.
      Però è vero: raramente troviamo genitori che vogliono deliberatamente fare del male ai figli, e si tratta di casi psichiatrici. Un genitore con una livello di nevrosi nella media, fa del suo meglio, trasferendoci i segreti per vivere che a sua volta ha ricevuto. Come la ricetta della nonna che si passa di generazione in generazione, facendo cura all’ingrediente segreto…
      Sicuramente i genitori non nascono/crescono/vivono sospesi nel nulla, ma anche loro portano sulla schiena la propria storia.

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