Come può un’azienda guardarsi allo specchio?

guardarsi

Nella mia esperienza degli ultimi anni, la fortuna di lavorare con professionisti di un certo calibro e della mia stessa filosofia e condivisione del sapere, mi ha portato a comprendere che le aziende, se vogliono, possono veramente guardarsi allo specchio.

In cosa si può riflettere il volto di una organizzazione? Principalmente nelle persone che la costituiscono, che la compongono e che le danno vita nel quotidiano. Quando l’organizzazione è fatta da persone, (e con ciò intendo che non parliamo di una ditta individuale con un singolo artigiano che svolgere mansioni nella sua stanza) l’impresa si manifesta proprio come un bambino: egli diventa quello che respira e che eredita quello che la gente passa di Sè. Ed è così che nascono i grandi temi aziendali: il tema della coesione piuttosto che il tema della diffidenza, il tema di “a chi dare la colpa?” piuttosto che il tema di “diamoci una mano per risolvere“, il timore/terrore dei superiori, piuttosto che la libertà di esprimersi,…

Potrei continuare tutto il giorno, ma penso che il senso sia ben arrivato.
Ci sono aziende in cui si respira tensione non appena si entra. Ci sono posti da cui, anche se solo come consulente, non me ne andrei mai.
Io credo che quello che faccia la differenza sia la cultura implicita: qualcosa che impalpabilmente (a prescindere delle regole ufficiali e della visione dichiaratamente condivisa nelle plenarie) si diffonde fra le persone tramite i comportamenti, il non detto, il dare per scontato, l’esempio (di chi è sopra, attorno, sotto di noi) unito alle conseguenze che ogni esempio comportamentale implica, quando queste conseguenze si manifestano (e se non si manifestano cosa concludiamo? forse che non vi sono conseguenze, qualsiasi cosa si faccia? Forse. Pensiamoci.)

Come per la singola persona e per la singola comunicazione (e in questo vediamo perché c’è tanto di simile fra il counseling individuale e il counseling organizzativo), anche nella cultura aziendale troviamo un’essenza composita, fatta di verbale e non verbale, di contenuto e relazione, di implicito e dichiarato.

Guardarsi allo specchio, significa vedere e ascoltare con un’attenzione nuova: come se fosse il primo giorno di lavoro e tutto ci sembrasse nuovo e da esplorare. Come se il caffè non fosse ovvio, ma fosse effettivamente è quello che è: una pratica sociale, spesso rituale che racconta qualcosa del gruppo, il quale racconta qualcosa dello spirito, il quale racconta qualcosa dell’immagine, e così via.

La domanda è: quanto la Proprietà è interessata a guardarsi? Quanto è convinta di sapere tutto e quanto ammette l’esistenza di zone d’ombra? Quanto possiamo aiutarla a interpretare il senso delle Pratiche? Quanto è disposta a vedere un riflesso di sè per certi versi spiacevole?

Beh… se state per rispondere “zero“, vi state sbagliando di grosso.

In questi anni di lavoro mi sono resa conto che uno dei luoghi comuni più diffusi è che al proprietario non interessi mettersi in discussione e, cosa ancora più grave, che non gli interessi sapere cosa pensano i propri collaboratori. Di nuovo sbagliate: non è sempre così, grazie a Dio.

Questa è solo una delle possibilità, ma al contempo voglio riportarvi l’esistenza di un potere decisionale che sceglie di vedere e ascoltare, riconoscendo che proprio lì, nella presa di coscienza, sta l’inizio nel successo imprenditoriale, inteso a livello di clima, di profitto e di immagine versi clienti e opinion leader.

Ogni volta che iniziamo un lavoro in un’ aula passiamo sempre un messaggio forte:

  • esponetevi, perché altrimenti la nostra presenza qui è denaro buttato
  • apprezzate questo momento, perché in questo posto (di cui vi lamentate), c’è un orecchio disposto ad ascoltarvi sinceramente, un orecchio che, dove potrà, darà seguito alla vostra richiesta, un orecchio che è consapevole di poter ascoltare una storia che non gli piace, rimanendo disposto a sentirla.
  • e voi, quanta voglia avete di guardarvi allo specchio?

  riuscita

Lucia Violi

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