noia

La noia è un’emozione caratterizzata da un senso di vuoto, di lentezza e di inutilità spesso associato all’immobilità e alla procrastinazione (cit. Secci).

Se fosse un colore? Il grigio
Se fosse una persona, come me la descriveresti? No… non sarebbe mai una persona, sarebbe piuttosto una nebbia, una foschia, un silenzio tombale.

L’annoiato sperimenta uno stato di sospensione psicologica che non solo costringe la sua percezione di se stesso a un vissuto di insoddisfazione, ma che lo porta ad attribuire al Tempo una mancanza di senso, avvolto da polvere di tristezza. Le altre emozioni orbitano intorno alla noia come attutite, ferme, senza spinta vitale.

L’immagine prototipica dell’annoiato é  “colui che non ha nulla da fare” e che possiede la certezza che fare qualcosa sarà faticoso e probabilmente deludente… troppo, per giustificare lo sforzo di attivarsi in una qualche direzione.

In realtà mi capita di notare spesso che la noia venga sovrapposta, associata e forse confusa con la paura di restare da soli.  L’annoiato si uniforma a un ambito psicologico e relazionale non proprio, a persone e situazioni che stridono con la sua natura, pur di evitare la solitudine e l’isolamento, nella convinzione che la definizione del sè, dipenda in gran parte dalla presenza degli altri intorno, altri in grado di riconoscerlo. Banalmente (ma non poi così tanto) altri in grado “di vederlo“. La compagnia delle persone diventa uno specchio indispensabile per verificare di esserci effettivamente, di imprimere la pellicola fotografica al compiersi dello scatto.

La trappola dove sta? Nel fatto che spesso, chi corre con la retina in mano a caccia di sguardi, di attenzioni e di premure, ha in mente una ben chiara idea di cosa siano le premure per lui. Di nuovo, sopraggiunge nelle nostre vite l’Aspettativa.

Può darsi che l’annoiato-per-paura-di restare in una condizione fisica di solitudine, non possegga una visione definita del cosa ricevere, ma abbia una sensazione spannometrica del quanto. La premura in qualche modo, per la SUA storia personale, è un’attività impegnativa, nella forma del “mi impegno, affinchè tu sia felice“. Allora la trappola si manifesta beffarda quando la premura di coloro che alleviano la solitudine, in qualche misura non raggiunge la soglia minima di fatica che il cacciatore di farfalle suppone sia implicita se davvero si ha a cuore qualcuno.

Ma chi è affamato di compagnia, come può evitare la solitudine fisica?

  • pretendendo compagnia assidua da chi gli è intimo
  • instaurando relazioni sociali fondamentalmente superficiali, perchè instaurate con “chi capita”

In questo senso possiamo vedere i rischi di entrambe le posizioni: nel primo caso si rischia di diventare soffocanti portando l’altro a prendere le distanze e a diminuire le premure; nel secondo caso si rischia di tornare a casa con una retina piena di carezze di plastica: formalsolitudinei, superficiali, dovute, abbozzate, approssimative, disimpegnate, o addirittura di convenienza.

In entrambi i casi, chi colma il vuoto noioso dello stare soli, rischia di sentirsi frustrato perchè incompreso da coloro a cui invece lui è pronto a dare (e forse si ostina a dare/chiedere) con impegno e fatica. “E più si fatica, e più si ama”.

Ecco che sentirsi frustrati, perchè incompresi, però ci riaggancia alla solitudine. Non più fisica (la mia casa è vuota), ma psicologica (il mio cuore è un corridoio pieno di foto d’epoca che nessuno vuole osservare). Il circolo vizioso si chiude amplificato come un’eco. Lo specchio ci rimanda un’immagine di noi indegna. Così chiudiamo la frase, concludendo “e più si ama, e più si fatica, e più si resta soli“.

La cosa tragica è che tutto è talmente sequenziale che il discorso sembra non fare una piega. Perchè dunque metterlo in discussione? Ha una coerenza narrativa talmente solida, che io ci credo.

Prima di combattere la noia occorre comprenderla e comprendersi. E forse, osservare come una linearità ineccepibile possa essere costruita su un meccanismo di rincorsa all’automassacro, può aiutarci ad assumere una prospettiva nuova.

Lucia Violi

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