Le Madri che sono ancora Figlie

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Un giorno uno dei miei maestri mi disse: “si nasce Bambini, si diventa Adulti e a quel punto si può diventare anche Genitori” (ho messo le maiuscole per dare importanza al ruolo, e non mi sto riferendo agli stati GAB dell’analisi transazionale). Questa frase mi colpì molto, perchè io ero in procinto di diventare MAMMA, ma in fondo mi sentivo non tanto “bambina”, quanto profondamente FIGLIA. A rileggere quanto ho scritto, sembra davvero che le due cose siano in contrasto, un aut-aut inconciliabile, mentre, grazie alla vita che si allunga sempre più, i bambini hanno sempre più modo di avere al contempo una mamma e una nonna, e quindi le donne si trovano nella condizione spesso di essere anagraficamente madri e figlie.

Poi però c’è tutto un mondo che con l’anagrafe non parla nemmeno. Ed è bisognoquello del nostro Bambino Interno.
A cui non interessa di avere 68 anni e avere un figlio di 40. Se si sente intimamente figlio di una madre ormai 90enne, che, pur nella fragilità tremula di una persona che ormai “i suoi caffè li ha fatti”, continua ad esercitare e ad ottenere sul Bambino Interno di 68 anni gli stessi effetti di 30 anni prima, l’anagrafe perde ogni potere. Sì, ho 68 anni, sì ho un figlio di 40, sì, il mio figlio è padre e quindi io sono già nonna. Ma mia madre, 90enne, ogni volta che mi recrimina di non fare bene il mio “dovere” e di non darle le dovute considerazioni nonostante io la curi in ogni momento, mi fa sentire una bambina, inadeguata, piccola, sbagliata.

Conosco donne che in certe situazioni di vita, si trovano contese fra il ruolo di madre, che le porterebbe a prendere posizioni e scelte coerenti con le necessità dei propri figli, e il ruolo di figlie, che le porta ad ascoltare il proprio bisogno-bambino di riconoscimento da parte della propria madre. Bisogno che, per essere soddisfatto, le mantiente ancorate nel ruolo di figlie, accantonando quello di madri.

E’ come se si creasse una sorta di competizione fra bisogni:

il tuo: mio figlio, che necessiti della mia presenza, e che quindi mi chiedi di prendere e partire per la Sardegna per avermi accanto

il mio: figlia di una madre anziana che se parto per la Sardegna mi accusa di abbandonarla a se stessa, insinuando, come quando ero piccola, che sono una figlia ingrata ed egoista, quando il mio bisogno è, da sempre, sentirimi apprezzata DA LEI.

Emergono temi delicati da quanto scritto e vanno precisati:

  • la competizione è pulsionale, non voluta, ansiogena e generatrice di forte strazio interiore
  • se a vincere è il “mio” bisogno, non è per egoismo o menefreghismo verso mio figlio, ma per incapacità di superare la fase-bambina: la vecchina 90enne morirà e io voglio riuscire a portarmi via una carezza compiaciuta: ce la farò stavolta?
  • il continuare ad agire più da figlie che da mamme, spesso passa al proprio figlio biologico, il messaggio di venire dopo, di contare meno di…
  • diventare genitori, senza aver riempito i propri buchi affettivi antichi è rischioso. Naturalmente non penso esista un genitore al mondo perfettamente risolto, come (onestamente) non lo credo nemmeno per nessuno psicoterapeuta. La perfetta centratura non è raggiungibile, e se si attende quella per procreare, finiamo per estinguerci. Ma attenzione: altra cosa è fare figli nella speranza di riempire la mancanza affettiva che ancora preme.

Il Counseling cosa può fare? Un percorso di counseling può aiutare a mettere la lente sui comportamenti disfunzionali alla vita adulta. L’Adulto è orientato nel qui-e-ora, e valuta l’opportunità delle scelte in funzione del momento attuale. Individuando cosa il nostro buon senso interno ci suggerisce e riflettendo sulle conseguenze che i nostri comportamenti di oggi comportano, si possono individuare le modalità e le circostanze in cui spegniamo l’Adulto precipitando nel ruolo di figlie che vogliono sentirsi dire “brave” (un brave che, se non è arrivato in tutti questi anni, probabilmente non arriverà), a spese di un figlio biologico a cui inviamo non-verbalmente il messaggio “sei poco importante” (rispetto a tua nonna, rispetto al bisogno della mia “parte figlia”).

Poichè non possiamo cambiare le bambine che siamo state, possiamo scegliere che tipo di madre e figlia essere oggi. Come agirebbe quella madre che vorrremmo essere? Cosa  ci impedisce di agire in questa maniera? Ok, lavoriamo insieme sull’impedimento.

Per tornare al post della mamma che non si sente mai abbastanza, non stupisce non sentirsi abbastanza se si ha un germe di compiacenza per cui si vorrebbe sentirsi dire “brava” da tutti.

Noi crediamo che il brava debba arrivare da noi stesse: un brava affettuoso e comprensivo della realtà (forse pesante, forse di sollievo) che non è possibile pescare tutti i pesci del lago, non è possibile fare contenti tutti e soprattutto che ogni inizio comporta un lasciare andare.

Lucia Violi

2 commenti su Le Madri che sono ancora Figlie

  • Enrica  says:

    Inutile dire che mi ritrovo anche in questo articolo.
    Hai descritto esattamente tutto ciò che mi è capitato e che ancora adesso mi capita.
    Toccare nel profondo con un articolo pubblicato in rete, non è da tutti.
    Sai cosa penso però? Che a volte si ha paura di farsi aiutare da qualcuno perché sarebbe come ammettere di avere dei problemi e al giorno d’oggi, invece di auto aiutarci preferiamo fare finta di nulla e scrivere: bello l’articolo, mi ci son ritrovata. E stop.
    Ma tutto si ferma lì’ e non si prosegue in un’analisi necessaria al nostro benessere psico e anche fisico.
    Allora come fare per superare questo ostacolo è andare in analisi? Credo sia una domanda che si pongono in tanti.
    Io a mio tempo l’ostacolo l’ho superato e ho fatto il
    Mio percorso e nonostante questo ancora oggi mi ritrovo ad aver voglia di ricominciare perché è un percorso doloroso ma che ti arricchisce.
    Ma come poter andare in analisi senza sentirsi “pazzi”?

    • lucia violi  says:

      Cara Enrica, intanto mi permetto di correggere il termine “analisi”, perchè può risultare fuorviante e generare confusione in chi legge. Se per “analisi” intendi un percorso di psicoterapia di stampo psicanalitico, o di psicoterapia in generale, mi sento di dover fare una distinzione fra quest’ultima e il counseling. La differenza sostanziale è che la psicoterapia è un percorso lungo che ha l’obiettivo di una ristrutturazione profonda della personalità. La personalità si forma nei primi 10 anni di vita (qualcuno dice di più qualcuno di meno, ma prendiamola come una stima media), e il percorso di psicoterapia si trova quindi a “rististemare” pezzetti di puzzle che si sono incastrati con qualche resistenza, molto tempo fa. Per questo è un percorso lungo: per fare un lavoro simile ci vuole tempo. Come puoi leggere dalla mia metafora, un incastro di puzzle forzato capita a chiunque e non coincide necessariamente con uno stato di “psicosi” grave al punto da doversi definire “pazzi”. La psicoterapia fa bene a tutti perchè risolve delle questioni poco chiare che continuano in un modo o nell’altro a procurarci disagio. Il counseling anche, ma lavora diversamente: è un intervento breve che non va a ristrutturare un passato antico, ma che si focalizza su una problematica odierna che per una serie di motivi non riusciamo a risolvere, o che ci continua a capitare, o che sembra banale ma non ci fa dormire la notte. Mi viene da chiederti se conosci qualcuno che non abbia nessun pensiero ricorrente, nessuna dinamica relazionale faticosa, nessuna preoccupazione che lo porta a stare male. Probabilmente la risposta è no. La cosa interessante può essere forse domandarsi cosa porta ad associare il mettersi in discussione con l’essere giudicato pazzo. E giudicato da chi? Tu scrivi che per molte persone: “farsi aiutare sarebbe come ammettere di avere dei problemi”.
      E io chiederei loro: Ammettere a chi? Cosa è per te un problema? Cosa senti se ti trovi a chiedere aiuto?
      Questi sono spunti su cui cominciare a riflettere. Si può far finta di nulla e voltare pagina, ma quando un libro ha il dorso segnato nella piega di pag 53, spontaneamente si aprirà sempre lì.
      Un abbraccio e grazie per averci scritto.
      Lucia

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