lavoro giusto

Esiste il lavoro giusto? Da molto tempo sono affascinata dal concetto di Flow, e stasera voglio approfondirlo meglio, forse perchè del flow, ne sto sentendo il bisogno. In italiano non suona benissimo dire “ho bisogno del flusso”… per cui mi limiterò a mantenere il termine inglese. Ma di cosa stiamo parlando?

In psicologia il flow è l’esperienza ottimale, ovvero uno stato di coscienza in cui la persona è completamente immersa in un’attività. Questo stato psico-fisico è caratterizzata da un totale coinvolgimento dell’individuo con contemporanea  focalizzazione sull’obiettivo, motivazione intrinseca, positività, attivazione creativa e gratificazione nello svolgimento di un particolare compito. Questo concetto è stato introdotto nel 1975 dallo psicologo Mihály Csíkszentmihályi e, credetemi, nonostante la difficoltà nel memorizzare il nome, non l’ho mai dimenticato, dal giorno in cui ho letto della sua teoria del flusso.

Per qualcuno forse può risultare riduttiva, ma io trovo affascinante riuscire a rappresentare su assi cartesiani lo spazio psicologico in cui ci si può effettivamente sentire felici mentre si lavora, addirittura diventando un tutt’uno con la propria attività. Purtroppo il clichè ci porta a collegare il flow con un’espressione d’estro artistico, il genio al lavoro, il momento di insight creativo. Più difficile è togliere l’idea da un corpo sporco di vernice, per sovrapporla a quella di una persona seduta in ufficio.

Ma non è sempre vero. Il Flow può essere “sentito” dal soggetto nello svolgimento delle più disparate attività, in vari campi e in vari momenti della vita, come ad esempio la preparazione di un documento, l’individuazione di una soluzione per risolvere un problema, l’esecuzione di un progetto che costituisce un forte interesse personale, il coltivare un hobby…
Inoltre, aspetto della teoria che più mi affascina, la maggior parte delle volte questo tipo di fenomeno si verifica quando c’è un equilibrio tra autopercezione (un aspetto fondamentale) e domanda di competenze del compito che si svolge.

In pratica il compito sarà stimolante se è percepito come non troppo semplice (situazione che genera noia), e non troppo arduo (situazione che genera ansia), ma adeguatamente sfidante per le nostre capacità e per i nostri interessi.

Csikszentmihalyi ha identificato 9 componenti del Flow, specificando anche che  per sperimentare l’esperienza ottimale non è necessaria la compresenza di tutte queste componenti:

  • Obiettivi chiari: le aspettative e le modalità di raggiungimento sono chiare.
  • Concentrazione totale sul compito: un alto grado di concentrazione in un limitato campo di attenzione (la persona non ragiona su passato e futuro ma solo sul presente, nel qui-e-ora).
  • Perdita dell’autoconsapevolezza: il soggetto è talmente assorto nell’attività da non preoccuparsi del suo ego.
  • Distorsione del senso del tempo: si altera la percezione del tempo. Non ci si rende conto del suo scorrere.
  • Retroazione diretta e inequivocabile: l’effetto dell’azione deve essere percepibile dal soggetto immediatamente ed in modo chiaro.
  • Bilanciamento tra sfida e capacità: l’attività non è né troppo facile né troppo difficile per il soggetto.
  • Senso di controllo: la percezione di avere tutto sotto controllo e di poter dominare la situazione.
  • Piacere intrinseco: l’azione dà un piacere intrinseco, fine a se stesso (esperienza autotelica).
  • Integrazione tra azione e consapevolezza: la concentrazione e l’impegno sono massimi. La persona è talmente assorta nell’azione da fare apparire l’azione naturale.

Lo stato di Flow non si raggiunge a fronte di una necessità di fuga dalla realtà o di rifugio in un’area di comfort, ma anzi, trae alimento da una condizione di sfida percepita come avvincente, sia pur ai limiti delle proprie possibilità, in termini di contenuti e di tempo a disposizione.

Csíkszentmihályi ha anche ipotizzato che le persone con taluni specifici tratti di personalità possono essere in grado di ottenere più spesso il Flow rispetto alla media. Questi tratti sono la curiosità, la persistenza, il basso egocentrismo e un elevato livello di esecuzione delle attività esclusivamente per ragioni intrinseche.

Forse trovare sul posto di lavoro una serie di attività che contribuiscano alla possibilità di sperimentare questo stato, non è così semplice, specie se il compito ci viene “imposto”. Ma sarebbe utile che nei colloqui di definizione degli obiettivi tra capo e collaboratore, si tenessero presente almeno sullo sfondo queste linee guida. Il che presuppone la disponibilità ad ascoltare e la curiosità sincera verso i propri riporti, nonchè la capacità di autoanalisi e la voglia di esporsi per come si è e per come invece non ci si sente di essere, anche con il proprio responsabile.

A loro volta questi temi rimandano alla Comunicazione, al Contratto Psicologico, alla percezione di Fiducia Reciproca… nuovamente interazione di verbale e non-verbale, di implicito e di dichiarato, di condiviso e di interpretato, in un gioco di rimandi continui che sempre vanno osservati da molteplici prospettive, dal momento che esistono molteplici verità.

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