obiettivo

Quando le Emozioni, oltre a servire, parlano… dell’Obiettivo.

Recentemente abbiamo pubblicato un post sulle Emozioni. E’ facile pensare alle Emozioni in questo periodo, in cui si vedono locandine di Inside Out ovunuque.
Abbiamo parlato di funzionalità e disfunzionalità, presupponendo che, come ci disse G.Piccininose la Natura ci ha dato le emozioni, è perchè ci servono, e non perchè quel giorno non aveva nient’altro da fare“.

Oggi però vorrei approfondire il tema (che, come vedremo nei post futuri, presenta molte sfaccettature), per fare un passo in più: le emozioni non solo servono, ma ci comunicano qualcosa. Sembra ovvio? Beh chiaro…. la rabbia mi comunica che sono arrabbiato, che scoperta…
Allora cambio termine: le emozioni non solo servono, ma ci informano su qualcosa.
E’ quello che sosteniamo noi, ma soprattutto che sostengono dal 1987 Oatley e Johnson-Laird, nella loro teoria comunicativa delle emozioni.

In particolare le emozioni ci fanno capire:

  1. quanto un obiettivo è importante per noi
  2. quanto manca per raggiungerlo

Di fronte a un compito nuovo (a meno che esso non rappresenti un sogno antico che si concretizza, suggerendo un avvicinamento), generalmente si provano emozioni differenti ma sempre appartenenti alla famiglia della tristezza. Questo suggerisce che l’obiettivo è distante, talmente tanto che per qualcuno può essere anche irraggiungibile, purchè di interesse. Se infatti un nuovo obiettivo non ci smuove nulla, forse non è particolarmente rilevante per la nostra persona, andandosi a collocare nella sfera del disinteresse o del dovere (motivazione estrinseca). Se invece il pensiero di imparare una lingua straniera si accompagna a un nodo in pancia che assomiglia quasi alla sensazione di perdita (una sorta di voce interna che dice “seeeee… magari… ma quando mai ce la farò?“), allora forse quell’obiettivo ci piacerebbe conquistarlo, ma lo avvertiamo lontano, troppo lontano.

A questo punto possiamo scegliere, come sempre: questo stato emotivo può portarci a scartare immediatamente l’ipotesi, intraprenderla ma abbandonare subito, oppure andare avanti.

Se andiamo oltre, superando questo stato emotivo simile alla tristezza, sperimenteremo una nuova emozione che apparterà alla famiglia della paura: è sempre un’emozione spiacevole ma, rispetto alla tristezza, testimonia un investimento nel compito e suggerisce che  ci teniamo a raggiungere quell’obbiettivo (ecco perchè informa): la realtà è che desideriamo molto riuscire e temiamo molto di non farcela. Il compito o la situazione che immaginiamo, o l’eventualità di non farcela, ci spaventano.

Anche in questo caso possiamo mollare il colpo, rinunciando per paura e non per scarso coinvolgimento. Ma se invece superiamo la paura e procediamo, inizieremo a provare emozioni della famiglia della rabbia: è la rabbia sana che vuole sconfiggere l’ostacolo al raggiungimento dell’obiettivo (la paura stessa e i vari possibili impedimenti). La rabbia infatti si prova quando si vede un ostacolo al raggiungimento di qualcosa che è importante per noi: è ciò che ci porta ad affrontare la difficoltà, superando il momento critico.

La rabbia è quindi ciò che ci fa passare di livello (un po’ come Super Mario): grazie ad essa arriviamo a provare coinvolgimento, stato d’animo che appartiene alla famiglia della gioia, ma non è ancora gioia pura, perchè l’obiettivo non è raggiunto. Il coinvolgimento si prova quando si è prossimi all’obbiettivo. Di nuovo un’informazione: dove sono io, dove è l’obiettivo, quanto manca da qui a lì. soddisfazione

Infine arriva la soddisfazione che è gioia piena. L’obiettivo è stato raggiunto, siamo appagati, forse stanchi ma fieri di noi.

Ascoltando le emozioni (parleremo anche di quanto sia improduttivo ignorarle, perchè le emozioni sono come i bambini: se non le ascolti, gridano più forte), otteniamo informazioni sul punto del percorso in cui ci troviamo e su quanto è importante il traguardo per noi.

Quanto detto vale anche nei confronti del pensiero rivolto al proprio cambiamento: dimagrire, imparare a rilassarsi, trarre gioia dalle relazioni di coppia,… Quanto ci sembra impossibile (e quindi triste) inizialmente? Ricordo bene che quando ero in forte sovrappeso, sentire la parola “dimagrimento” mi portava subito alla tristezza. Sentivo di aver perso quella possibilità (di essere piacevole ai miei occhi) per sempre.
E quanto ci fa paura pensare al cambiamento? Cosa mi aspetta? Qual è il prezzo da pagare per perdere peso? Cosa penseranno gli altri di me, se inizio a essere meno aggressivo?

Lascio a voi la conclusione del ciclo, coronato da soddisfazione e gioia.

Lucia Violi

Lascia una risposta