Autosabotaggio per (pseudo)tutelare l’autostima

autosabotaggio

Autosabotaggio? E perchè mai? Ha senso questa pratica?
Beh, se la compiamo, evidentemente per i nostri processi mentali un senso c’è.

Nei post precedenti abbiamo parlato di autostima instabile: una forma di autostima fluttuante che dipende dall’andamento dei nostri risultati e dei riconoscimenti che per essi riceviamo. In breve “Riesco, quindi valgo”.
La domanda che ci siamo fatti è stata: se io valgo perché riesco, cosa succede quando non riesco? Probabilmente mi sentirò inadeguato e sentirò la mia autostima vulnerabile.

Ma esistono modalità di tutela del Sé, che possono essere viste come dei “piccoli imbrogli” che compiamo verso noi stessi: per esempio ci distanziamo dall’insuccesso reale o potenziale concludendo che l’ambito in cui abbiamo fallito tutto sommato è poco rilevante (tecnica chiamata devaluing); oppure giustifichiamo il fallimento sostenendo di essere stati sottovalutati dagli altri, i quali hanno compiuto un errore di giudizio, non vedendo il nostro valore (strategia chiamata discounting). Entrambe queste strategie sono adottate allo scopo di proteggere la propria autostima, ma il rischio è che risultino estremamente demotivanti e che influenzino le nostre prestazioni future negativamente, lasciandoci andare al disfattismo, alla disaffezione e al disimpegno.

E anche questa volta (e scusatemi se mi ripeto) parte il click della profezia che si autoavvera: se il disfattismo ha la meglio sulla motivazione, è probabile ottenere effettivamente un insuccesso.

Un’altra modalità di evitamento, ritiro e pseudotutela è la strategia di autosabotaggio, chiamata anche self-handicap o anticipazione autosabotaggio2del fallimento: consiste in anticipazioni di ostacoli reali o presunti che potrebbero giustificare un fallimento futuro.
Il tipico esempio è lo studente che, il giorno stesso dell’esame e ancor prima di avere provato a sostenerlo, dichiara ai suoi compagni di non aver studiato abbastanza, per problemi legati ad altri ambiti. Che questi eventi per quanto plausibili siano accaduti davvero, poco importa: conta di fatto il bisogno di difendersi. Infatti se l’esame andrà bene, gli diranno “che bravo, nonostante questi contrattempi hai ottenuto un buon risultato!”; se invece le cose andranno male, l’insuccesso sarà già stato adeguatamente imputato a specifiche motivazioni, e l’immagine di sé risulterà preservata. L’autosabotaggio ha funzionato.

Molti studi dimostrano che questa strategia di anticipazione del fallimento è più diffusa fra gli adolescenti, proprio perché si trovano in una fase di vita in cui si ricerca la propria identità e in cui emergono dubbi su di sé, sul proprio valore, sulle proprie potenzialità e sulle competenze possedute, dal momento che lo sviluppo del Sé e dell’identità è ancora in fieri.
Ma attenzione: se l’anticipazione del fallimento e l’autosabotaggio sono funzionali per proteggere l’autostima, non lo sono nel favorire lo sviluppo di motivazione ed incrementare la prestazione: il rischio di ripercussioni aumenta se essi inducono al disimpegno e al calo di motivazione.

Lucia Violi

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