automatismi

Stasera vorrei scrivere sugli automatismi  attuati anche verso il Counselor, partendo proprio da una mia esperienza recente.

Quando studiamo per diventare Counselor, ci fanno una testa così col concetto di qui-e-ora. Per una serie di assolutamente validi motivi, fra cui:

  • il qui-e-ora è l’unica dimensione abitata dall’Adulto (parlo in termini transazionali), in quanto il passato e il futuro sono dimore di ricordi o di fantasie e pertanto abitate dal Genitore e dal Bambino interni.
  • il qui-e-ora è l’unica dimensione in cui trovare i dati di realtà, guardandoli per ciò che sono: niente di più e nessuna attribuzione (che in quanto fondata su convinzioni e credenze ereditate, torna a essere contaminata dal Genitore o dal Bambino)
  • il qui-e-ora tutela il Counselor, dal rischio di fare interventi regressivi che, tuffandosi nel là e allora, diventano competenza della psicoterapia.
  • il qui-e-ora non ci distrae: l’ascolto e l’attenzione sono totalmente dedicati al Cliente, che in quel momento è la nostra assoluta priorità

Forse ci sono altri motivi che aggiungerò all’elenco, ma il motivo più grande che  personalmente io ho esperito sulla mia pelle, è questo: se stiamo (come counselor) nel qui-e-ora, noteremo meglio le disfunzionalità che il cliente riproduce come automatismi (senza consapevolezza), perchè egli sarà portato a metterle in atto anche con noi.

Non abbiamo ancora parlato dei giochi psicologici. Ma per ora possiamo dire che un Giocatore (inteso in gergo berniano), proprio come un giocatore d’azzardo nella vita vera, avrà la tendenza a giocare non appena può. Se i suoi rapporti interpersonali più profondi basano la propria intimità sul tornaconto guadagnato dal Gioco, egli giocherà anche con noi counselor, che stiamo costruendo con il cliente in questione un rapporto intimo.giochi psicologici

Nel famoso triangolo drammatico di Karpman (vi allego qui un breve riassunto del processo), è illustrato come in un Gioco le persone assumono diverse posizioni passando da Vittime a Persecutori a Salvatori e di nuovo Persecutori, o di nuovo Vittime. Perchè lo fanno? Perchè alla fine del Gioco, entrambe le parti avranno una nuova conferma (il tornaconto) di una delle loro convinzioni di copione: “non vado mai bene, qualsiasi cosa faccio sbaglio sempre, non faccio mai abbastanza, nessuno mi capisce, sono tutti inaffidabili, …” frasi che in genere contengono assolutizzazioni, le quali ci fanno distinguere a colpo d’occhio che non è l’Adulto che parla (il quale osserverebbe i dati di realtà, in base ai quali non si può dire sempre/mai o tutti/nessuno, a meno che non si sia fatto un censimento mondiale su ogni tipo di comportamento umano) bensì il Bambino, che invece fa presto a trasportare l’ennesima conferma (“ennesima” rimanda a una ciclicità degli avvenimenti, quindi è ancor più probabile che ci troviamo in presenza di uno schema copionale) nell’assolutizzazione di un mondo o bianco o nero.

Sembra un meccanismo perverso? Beh, in effetti lo è, ma si ricollega semanticamente al post “Le Attenzioni Dolorose“, perchè Giocare è uno dei possibili modi per ottenere riconoscimenti anche se negativi (cioè dimostrazioni tangibili della prova del mio esistere nel mondo, per come io credo di dover esistere).

Tornando al discorso da cui siamo partiti quindi, in una relazione di counseling, dobbiamo stare nel qui-e-ora proprio per osservare e ascoltare con lungimiranza: è infatti possibile,  per i ruoli dichiarati, che il cliente scivoli nella Vittima e il counselor nel Salvatore, e questo va certamente evitato, non entrando nel Gioco. Se un cliente è abituato a passare dalla Vittima al Persecutore, potrà manifestare improvvisa aggressività o sarcasmo verso il counselor (perchè questo magari non gli fornisce la risposta che il cliente si aspetta), agendo anche con lui un ruolo persecutorio.

Il bravo counselor non si spaventa, ma osserva ciò che sta succedendo e riporta con onestà intellettuale quello che vede accadere qui-e-ora al cliente, magari domandando se per caso questo meccanismo gli capita anche nelle relazioni interpersonali o in altre situazioni di vita, e con  quale frequenza. Confrontare il cliente sulle proprie dinamiche è un efficace modo per mostrargli i propri funzionamenti, a condizione che sia rispettata l’ok-ness di base, che non vi sia atteggiamento valutativo o giudicante e che non si inizi ulteriormente a giocare al Gioco “ti ho beccato, figlio di puttana” (vedere Berne, A che gioco giochiamo?)

E’ molto utile pensare che il colloquio di counseling non è solo uno degli step di un processo, ma è un spazio-tempo relazionale in cui accadono delle cose. Quelle cose vanno sapute osservare e rimandare. Quelle cose sono il materiale grezzo su cui, da un lato si parte nella costruzione della relazione di fiducia, dall’altro si punta la lente per lavorare insieme sul cambiamento concreto e sulla sospensione degli automatismi che remano contro al nostro benessere e alla nostra serenità.

Lucia Violi

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