analfabetismo affettivo

Analfabetismo Affettivo: Non so se sia un trend del momento o se finalmente si sia riusciti a dare un nome a un complesso di manifestazioni (o, in tal caso, mancanza di esse) e atteggiamenti affettivi, emozionali e relazionali.
Resto centrata sull’assenza di giudizio, ma fotografo un dato di fatto: se negli anni passati si sentiva dire “sono fatto così”, oggi ci si è evoluti e ci si descrive come “analfabeti affettivi”.
Ma, seppur più raffinato, questo auto-etichettamento mi rimanda ancora ad un alone giustificatorio. “Che ci posso fare?

Come dice Eliana Stefanonii genitori non nascono e non crescono sospesi nel vuoto” e quindi può essere effettivamente vera questa descrizione di sè: non so dimostrare amore, ma non è che non lo provo.

Il che mi rimanda ai molti “ho il mio modo di amare“, “ho il mio modo di essere credente“, “ho il mio modo di essere ordinato: nel mio caos, io trovo tutto“. E va bene: ognuno è unico e ognuno ha il diritto di avere i suoi modi.
La cosa però cambia quando si entra in relazione, quando nella casa del “disordine ordinato” ci vive anche qualcun altro. Che magari nel nostro modo, si sente stretto.

Io ho il sentore che questo autodefinirsi (a volte autocelebrarsi come) anaffettivi, sia una poltrona massaggiante, che all’inizio sembra rilassante e comoda ma che poi si inceppa, non smette più di vibrare e ci impedisce di alzarci, riempiendoci di lividi.

La verità è che chi si ferma all’etichetta (qualunque essa sia) si perde gran parte del mondo e della vita: tutta quella parte che assaporerebbe se scegliesse di guardare oltre l’etichetta stessa.
Ma non voglio banalizzare. Uscire dagli automatismi non è facile. Specialmente se questi hanno trovato un equilibrio di coppia che per anni ha funzionato: una parte analfabeta dei riconoscimenti, l’altra parte laureata con master che porta avanti l’economia di carezze di entrambi. Ecco quello che abbiamo già definito simbiosi.

Cosa accade se uno dei due (tendenzialmente la controparte dell’analfabeta) decide di separarsi dalla relazione simbiotica? O, come frequentemente accade, se mette in discussione perfino il matrimonio per le attenzioni tanto attese e finalmente, inaspettatamente, ricevute da una persona nuova, che magari non ha lo stesso master, ma almeno ha finito la scuola dall’obbligo? Crisi. analfabetismo

E cosa può fare il Counseling? La cosa più difficile: non schierarsi a tifoso del proprio sistema valoriale interno. Ascoltare, dipanare la matassa, arrivare assieme al cliente al bisogno non sfamato. Invitare il cliente a chiedersi che ruolo ha avuto lui stesso nel processo di cristallizzazione di un analfabetismo giustificato.

Quello che scopro, spesso è una conferma: il bisogno non viene espresso nella coppia nell’attesa che l’altro ci arrivi da solo (cosa contraddittoria se il-colui-in-questione-“altro”, è stato ufficializzato come analfabeta emotivo), il bisogno viene tenuto segreto nell’attesa di un risarcimento per l’attesa.

Quando il bisogno emerge, non affiora ma esplode… ormai non ha più le tinte del “ho bisogno“, ma del “tu non mi hai mai dato/capito/considerato”. Io ho fatto tutto (sono ok), tu non hai fatto nulla (non sei ok).
Giudizio. Recriminazione.

Esprimere ciò di cui si ha bisogno veste un abito diverso dall’accusa che presenta il conto. E dobbiamo ricordare che tutto ciò che accade nel tempo, accade perché noi contribuiamo al suo accadere.

“Fino ad oggi ho sopportato”
“Ho sperato che cambiasse”
“Doveva arrivarci senza che glielo chiedessi”

Ecco come la parte più antica di noi, quella che ha appreso (a torto) che “non si deve chiedere mai”, ci si ritorce contro. Ecco come poltrone comode, diventano lacci emostatici contorti come gomitoli trascurati.

E piano piano, ci si mette lì, con pazienza e si trova il cappio da cui ripartire.

Lucia Violi

3 commenti su L’analfabetismo affettivo

  • mimisma  says:

    Grazie sia a Lucia per il post che ad Eliana per il commento. Sono commossa e confusa. La domanda è: “ok, rischio, ma da dove inizio?”

  • Eliana Stefanoni  says:

    “E se lo chiedo e non arriva?”, “E se mi esprimo e vengo deriso?”, “E se quando comincio a chiedere si stufano di me?”
    E se la connivenza tra “chi dà tutto” e chi “non so dare perché sono analfabeta” dipendesse da tutti gli “e se” di cui sono fatte le nostre paure di essere rifiutati?
    Se nella vita ci “quasi provi” al massimo puoi “quasi fallire” se invece ci provi davvero potresti fallire sul serio e, in ottica di protezione personale, suona meno doloroso non sapere come sarebbe andata a finire piuttosto che correre il rischio di affrontare una vera delusione…
    Il fatto è che se non scegliamo di correre il rischio di fallire o di essere delusi sul serio, non possiamo nemmeno scoprire cosa significa riuscire o essere amati sul serio…
    Che fare dunque? Continuare a perseverare in una strategia di protezione preventiva (che apparentemente ci garantisce di non rischiare il dolore autentico di un rifiuto) oppure provare a mettersi in gioco e rischiare (forse) di confrontarci con una vera delusione?
    Quando si parla di dolore e di protezione tutto ciò che mi sento di portare è la mia esperienza personale …
    … Ho imparato che di dolore non si muore anche se ci sono momenti in cui sì, ti sembra davvero di morire. Il dolore è come un’onda arriva, cresce, si rompe e ti frulla… Ma poi se ne va …
    … e allora riapri gli occhi, con il cuore che ancora batte troppo forte e scopri che non solo non sei morto ma sei una persona diversa: più solida, più consapevole, più capace di scegliere…
    Eliana

    • lucia violi  says:

      Grazie alla mia maestra e mentore, che riesce a sporcarsi le mani e a commuovermi.

Lascia una risposta